Banche ai massimi mentre l’industria italiana frena. Utili record, meno sportelli e ripresa dell’auto

Nel primo semestre i 5 maggiori gruppi bancari italiani hanno superato 15 miliardi di euro di utili, mentre a giugno la produzione industriale è tornata a diminuire. L’auto ha mostrato una decisa ripresa

Sintesi

Dalla fine del 2022 il peso del costo del personale sui ricavi dei maggiori gruppi bancari italiani si è progressivamente ridotto, mentre sono aumentate redditività ed efficienza. Nel primo semestre del 2026 questa tendenza si è ulteriormente accentuata.

Nel frattempo l’industria automobilistica è arrivata al 2026 dopo una lunga fase di difficoltà, particolarmente evidente nel 2024 e nel 2025. Il nuovo anno ha però segnato un recupero della produzione, soprattutto per gli autoveicoli.

Dalla fine di febbraio 2026 la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran e le forti limitazioni alla navigazione nello Stretto di Hormuz hanno inoltre provocato uno shock sui mercati dell’energia. Petrolio, gas e carburanti hanno risentito delle difficoltà di approvvigionamento e la situazione non si era ancora normalizzata all’inizio di agosto. In pratica, famiglie e imprese hanno dovuto confrontarsi con un altro e nuovo fattore di costo e di incertezza.

Nel primo semestre del 2026 Intesa Sanpaolo, UniCredit, Banco BPM, MPS e BPER Banca hanno complessivamente superato 15 miliardi di euro di utili netti, con un aumento del 3,7% rispetto allo stesso periodo del 2025. Sono cresciuti soprattutto i risultati assicurativi, del 24,2%, e le commissioni, del 6,3%. Contemporaneamente sono stati rilevati 333 sportelli in meno e 5.621 dipendenti in meno rispetto a 1 anno prima.

Nello stesso primo semestre la produzione industriale italiana ha registrato una crescita complessiva dello 0,5% sullo stesso periodo del 2025. La fabbricazione dei mezzi di trasporto è aumentata del 10%, mentre quella degli autoveicoli ha segnato un incremento del 22,8%.

A giugno, tuttavia, la produzione industriale è diminuita dell’1% rispetto a maggio e dello 0,6% rispetto a giugno 2025, mentre il secondo trimestre è comunque cresciuto dello 0,4% sul precedente. I beni di consumo durevoli (prodotti che non esauriscono la loro utilità con un solo utilizzo, ma possono essere impiegati più volte nel corso del tempo per soddisfare un bisogno) hanno perso il 10,7% su base annua e il tessile, abbigliamento, pelle e accessori il 7,1%, mentre mezzi di trasporto, elettronica e alcuni comparti energetici hanno continuato a crescere.

Articolo

I dati hanno fotografato 2 facce molto diverse dell’economia italiana. La prima è emersa il 7 agosto 2026 dall’analisi della Fondazione Fiba di First Cisl (Federazione italiana reti dei servizi del terziario della Confederazione italiana sindacati lavoratori), realizzata sui conti semestrali dei maggiori gruppi bancari. La federazione è nata nel maggio 2015 dall’unificazione di Fiba Cisl, con Fiba (Federazione italiana bancari assicurativi), e DirCredito, riunendo la rappresentanza sindacale dei lavoratori del credito, delle assicurazioni, della finanza e delle attività collegate. La seconda fotografia è arrivata il 6 agosto dall’Istat (Istituto nazionale di statistica), l’Ente pubblico istituito originariamente nel 1926 come Istituto centrale di statistica e successivamente riorganizzato con la riforma del 1989.

I conti di Intesa Sanpaolo, UniCredit, Banco BPM (gruppo nato dall’unione tra Banco Popolare e Banca Popolare di Milano), MPS (Monte dei Paschi di Siena, banca storicamente legata a Siena) e BPER Banca (il cui acronimo deriva dalla storica denominazione Banca Popolare dell’Emilia Romagna), hanno prodotto complessivamente oltre 15 miliardi di euro di utili netti nel primo semestre 2026. L’incremento sullo stesso periodo del 2025 è stato del 3,7%, nonostante il margine d’interesse sia rimasto sostanzialmente fermo, con una variazione del -0,2%. Il sostegno maggiore è arrivato dalle commissioni nette, cresciute del 6,3%, e dall’attività assicurativa, salita del 24,2%. È aumentato anche il peso del risparmio gestito e del wealth management (gestione patrimoniale), cioè delle attività attraverso le quali le banche amministrano e investono il patrimonio della clientela. Secondo l’analisi sindacale, nel loro insieme i risultati hanno rappresentato il miglior primo semestre mai registrato dai 5 gruppi considerati.

L’aumento dei profitti si è accompagnato a un ulteriore miglioramento degli indicatori di efficienza. Il costo del personale è rimasto sostanzialmente stabile in valore assoluto, ma la sua incidenza sui proventi operativi è scesa al 23,1%, contro il 24,3% di 1 anno prima e il 31,8% rilevato alla fine del 2022. In poco più di 3 anni la diminuzione è stata quindi di 8,7 punti percentuali. Il cost/income (rapporto costi/ricavi) si è ridotto al 37,2%, dal 39,6% del primo semestre 2025. Il ROE (Return on Equity, rendimento del capitale proprio) ha raggiunto il 15,1% al 30 giugno, contro una media del 10,02% registrata al 31 marzo per le principali banche europee significative, una differenza di circa 5,1 punti percentuali. Anche la solidità patrimoniale è rimasta elevata, con un CET1 ratio (Common Equity Tier 1 ratio, coefficiente del capitale primario di classe 1) aggregato del 14,1%. In sostanza le grandi banche italiane hanno ridotto il peso dei costi rispetto a quanto incassano, stanno ottenendo rendimenti decisamente superiori alla media delle maggiori banche europee e, nello stesso tempo, conservano una solida riserva di capitale per fronteggiare eventuali perdite.

Il rovescio della medaglia è stato rappresentato dalla continua contrazione della presenza fisica e degli organici. Rispetto al primo semestre 2025, i 5 gruppi hanno contato 333 sportelli in meno e una riduzione complessiva di 5.621 dipendenti. Nello stesso tempo è aumentata la produttività per addetto e sono cresciuti i prestiti alla clientela, mentre la qualità del credito è rimasta elevata, con un rapporto tra crediti deteriorati e impieghi vicino all’1,1%. Il processo conferma quindi una trasformazione che da anni sta spostando il sistema bancario verso canali digitali, maggiore automazione e minore dipendenza dalla rete tradizionale delle filiali.

Riccardo Colombani (segretario generale nazionale della federazione sindacale dei lavoratori bancari e assicurativi) ha collegato questi risultati al forte processo di concentrazione e competizione in corso nel credito italiano. A suo giudizio, il “risiko” bancario ha accresciuto la pressione sui risultati e la ricerca di quote di mercato e redditività. Da qui la richiesta sindacale secondo cui “È necessario redistribuire a lavoratrici e lavoratori il grande valore prodotto”, anche attraverso il rinnovo del CCNL (Contratto collettivo nazionale di lavoro) e una gestione contrattata dei cambiamenti legati all’AI (Artificial Intelligence, intelligenza artificiale).

La redditività record si è inserita inoltre in un quadro normativo nel quale la legge 30 dicembre 2025, n. 199, cioè la legge di bilancio per il 2026, ha confermato il coinvolgimento di banche e assicurazioni nel contributo richiesto al settore finanziario per sostenere i conti pubblici. La misura non modifica i dati di bilancio appena descritti, ma costituisce uno degli elementi del confronto politico sul rapporto tra elevata redditività del credito, fiscalità e distribuzione del valore prodotto.

Molto differente è apparso il quadro dell’industria. L’indice statistico misura nel tempo le variazioni dei volumi prodotti dalle attività industriali e a giugno 2026 ha interrotto i segnali moderatamente positivi osservati nei mesi precedenti. A complicare il contesto è intervenuto, dalla fine di febbraio, il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, con la forte limitazione della navigazione nello Stretto di Hormuz (passaggio marittimo tra Iran e Oman che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman), una delle rotte energetiche più importanti al mondo. Prima della crisi vi transitavano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, equivalenti a circa 1/5 dell’offerta mondiale. La Banca d’Italia ha rilevato che il blocco ha determinato un forte aumento dei prezzi energetici e che già a marzo gli effetti erano diventati visibili sull’inflazione e sui carburanti.

La crisi non si era ancora conclusa al momento di questa verifica. Ancora oggi agosto l’Iran continuava a limitare gran parte del traffico attraverso lo Stretto, mentre sono in corso negoziati con l’Oman per un possibile accordo destinato a ristabilire la navigazione commerciale. Lo shock energetico ha quindi rappresentato un elemento concreto di pressione per famiglie e imprese, attraverso carburanti, trasporti e costi energetici. Non sarebbe tuttavia corretto trasformare questa relazione economica generale in una causalità statistica diretta: l’istituto nazionale di statistica non ha attribuito specificamente alla crisi di Hormuz il calo di giugno dei beni di consumo durevoli.

Nel dettaglio, a giugno l’indice destagionalizzato della produzione industriale è sceso dell’1% rispetto a maggio. Il dato corretto per gli effetti di calendario ha registrato una diminuzione dello 0,6% su giugno 2025. Il risultato mensile è stato peggiore delle attese degli analisti, che indicavano una crescita dello 0,3%. Nonostante le flessioni di maggio e giugno, il secondo trimestre ha mantenuto un progresso dello 0,4% rispetto ai primi 3 mesi dell’anno e l’intero primo semestre ha conservato un aumento dello 0,5% sul corrispondente periodo del 2025, una crescita definita dallo stesso istituto statistico ancora modesta.

La situazione è risultata molto differenziata tra i comparti. A giugno la produzione di computer, prodotti elettronici e ottici, apparecchi elettromedicali e strumenti di misurazione è aumentata del 4,5% su base annua. I mezzi di trasporto sono cresciuti del 3,2% e la produzione di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata del 2,3%. Segnali positivi sono arrivati anche dalla farmaceutica e dall’alimentare. All’estremo opposto, tessile, abbigliamento, pelle e accessori hanno perso il 7,1%, le altre industrie manifatturiere e le attività di riparazione il 3,6% e i macchinari e le attrezzature il 2,3%. Tra i grandi raggruppamenti industriali, l’energia è stata l’unica componente ad avere registrato un aumento sia sul mese precedente sia sull’anno precedente.

La sorpresa più favorevole è arrivata dalla filiera automotive (automobilistica). La fabbricazione dei mezzi di trasporto ha chiuso il semestre con un progresso del 10%. Ancora più netto è stato il recupero degli autoveicoli: secondo l’ANFIA (Associazione nazionale filiera industria automobilistica), la produzione è aumentata del 22,8% nei primi 6 mesi e del 10,5% a giugno rispetto allo stesso mese del 2025. Considerando l’intero settore automobilistico, comprese carrozzerie e componentistica, la crescita è stata del 13,5% nel semestre e del 2,8% a giugno. Il dato segnala una ripartenza dopo un 2025 nel quale la produzione italiana di Stellantis aveva toccato il livello più basso da decenni, ma il recupero non è stato uniforme: a giugno la componentistica ha registrato ancora una contrazione dell’8,5%.

Sul settore sono intervenute anche nuove misure pubbliche. Il 23 maggio è stato sbloccato il DPCM (Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri) dedicato all’automotive, con 1 miliardo e 343 milioni di euro destinati a investimenti produttivi, ricerca, sviluppo, innovazione, mobilità sostenibile e rinnovo del parco dei veicoli commerciali. Adolfo Urso (ministro delle Imprese e del Made in Italy, espressione inglese traducibile come prodotto in Italia, e senatore di Fratelli d’Italia) ha presentato la misura come uno strumento per accompagnare la transizione industriale della filiera. Il 29 luglio sono inoltre andate rapidamente esaurite le risorse dell’Ecobonus riservato ai veicoli commerciali leggeri a basse emissioni. Gianmarco Giorda (direttore generale dell’associazione della filiera automobilistica) ha rilevato che la ripresa rimane differenziata tra produzione di veicoli e componentistica e ha richiamato la necessità di continuità negli strumenti destinati agli investimenti.

Più problematica è rimasta la domanda dei consumatori. I beni di consumo (prodotti finiti acquistati da una persona per soddisfare direttamente i propri bisogni personali o familiari) nel loro complesso sono diminuiti del 3,2% su giugno 2025, mentre quelli durevoli (prodotti che non esauriscono la loro utilità con un solo utilizzo, ma possono essere impiegati più volte nel corso del tempo per soddisfare un bisogno e hanno una vita media di diversi anni ma comportando una spesa maggiore rispetto ai beni di consumo comuni) hanno segnato una caduta all’intero del primo semestre del 9,2%. Il Codacons (Coordinamento delle associazioni per la difesa dell’ambiente e dei diritti degli utenti e dei consumatori) ha parlato di “crollo verticale” dei beni di consumo, sottolineando che il peggioramento si è protratto per il 7° mese consecutivo. Il dato costituisce un segnale di debolezza della spesa delle famiglie, sulla quale il rincaro dell’energia può esercitare un’ulteriore pressione, senza che sia possibile ricondurre automaticamente l’intera flessione al conflitto in Medio Oriente.

La CNA (Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa) ha osservato che il sistema manifatturiero italiano non ha ancora imboccato un sentiero stabile di crescita. Secondo la confederazione, il -1% di giugno ha interrotto i segnali moderatamente favorevoli dei mesi precedenti e ha confermato la fragilità del recupero. Per questo sono state richieste, in vista della prossima legge di bilancio, misure semplici e procedure meno complesse per sostenere gli investimenti delle PMI (piccole e medie imprese).

Il quadro complessivo è quindi rimasto bifronte: da una parte un sistema bancario con redditività e produttività ai massimi, dall’altra un’industria che ha chiuso il semestre leggermente sopra i livelli del 2025 ma continua a procedere in modo discontinuo, sostenuta dal recupero di alcuni settori e frenata dalla debolezza dei consumi e dall’incertezza internazionale.