Ars respinge l’articolo 10: la riforma degli Enti locali, che si arena tra scontri e dubbi

All’Assemblea regionale siciliana affonda non passa la norma sulla digitalizzazione nei comuni con 33 voti contrari e 1 favorevole. La Maggioranza si divide sul terzo mandato, supplenze in Giunta e rimpasto, mentre il rinvio al 17 febbraio congela la riforma

Sintesi

L’Assemblea regionale siciliana ha bocciato con 33 voti contrari e 1 favorevole l’articolo 10 della riforma degli enti locali, dedicato alla digitalizzazione degli atti comunali, trasformando una disposizione ritenuta secondaria nel simbolo di una Maggioranza lacerata da contrasti interni e tensioni trasversali. Il voto segreto ha evidenziato fratture tra alleati di Governo e opposizioni sullo sfondo di nodi politici più rilevanti come il possibile terzo mandato dei sindaci, la disciplina delle supplenze in giunta e il rimpasto con la presenza di assessori tecnici. Il caso di Serradifalco e le dichiarazioni di esponenti di Forza Italia, Mpa e Lega hanno alimentato accuse reciproche di incoerenza e irresponsabilità, mentre le critiche di Cateno De Luca (SdN) e Antonello Cracolici (PD) hanno contribuito alla bagarre che ha portato la presidente Lantieri a sospendere la seduta e rinviare l’esame al 17 febbraio.

Articolo

La riforma degli Enti locali è approdata all’Assemblea regionale siciliana (Ars), con l’obiettivo di aggiornare l’assetto amministrativo dei comuni e introdurre innovazioni organizzative. Nel corso dell’esame d’aula è stato posto in votazione l’articolo 10, disposizione dedicata alla digitalizzazione dei documenti comunali. La norma, apparentemente non centrale nell’economia complessiva del disegno di legge (ddl), viene tuttavia respinta con 33 voti contrari e 1 solo favorevole, espresso dalla presidente di turno Lantieri Annunziata (Forza italia). Il risultato fotograferebbe una frattura evidente all’interno della coalizione di Governo e un clima di confusione politica che travalica i tradizionali schieramenti.

Il voto, formalmente segreto ma sostanzialmente riconoscibile per l’ampiezza del dissenso, mette in luce la partecipazione al fronte del no di diversi deputati della Maggioranza. Tra questi figurano esponenti dell’area autonomista come Ludovico Balsamo, Roberto Di Mauro, Giuseppe Lombardo e Santo Primavera, oltre a Gianfranco Micciché e ai deputati di Forza Italia Riccardo Gennuso, Margherita La Rocca Ruvolo e Nicola D’Agostino. Quest’ultimo motiva la scelta affermando: “Una norma inutile e ridondante, meglio esprimere voto contrario che ritirare codardamente il tesserino, come se fossimo noi l’opposizione. Ignazio Abbate appare confuso”. Il gruppo Mpa (Movimento per l’Autonomia) rivendica coerenza dichiarando di avere votato contro una disposizione non condivisa, priva di copertura finanziaria e di chiarimenti richiesti, trattandosi di un ddl parlamentare e non governativo.

Parallelamente, il deputato della Lega Vincenzo Figuccia accusa gli alleati parlando di “atto irresponsabile da parte dei franchi tiratori”, espressione che nel linguaggio parlamentare indica i voti difformi rispetto alle indicazioni ufficiali dei gruppi. Secondo Figuccia, i tempi ristretti rischiano di determinare lo slittamento delle elezioni amministrative o di far arenare un testo ritenuto necessario per introdurre innovazioni significative nella disciplina degli enti locali. Le tensioni si inseriscono in un contesto già segnato da attriti tra la Lega riconducibile a Luca Sammartino e il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno, oltre che da diffidenze verso l’operato del presidente della commissione Affari istituzionali Ignazio Abbate del gruppo Democrazia Cristiana considerato tra i possibili candidati a un incarico in giunta.

Sullo sfondo emergono questioni politicamente più sensibili rispetto alla sola digitalizzazione. Le norme ancora da approvare incidono direttamente sul collegio elettorale e sulla possibilità per i sindaci di candidarsi per un terzo mandato consecutivo, tema che tocca equilibri consolidati e strategie territoriali. Ulteriore elemento di frizione riguarda il destino del primo consigliere comunale non eletto, che potrebbe subentrare come supplente dell’assessore nominato, con effetti diretti sugli assetti di consenso locale. In tale cornice si inserisce anche il dibattito sul rimpasto di governo e sulla permanenza in giunta di assessori tecnici, ossia componenti non eletti ma scelti per competenze specialistiche.

Il caso del comune di Serradifalco diventa emblematico delle intersezioni politiche in atto. Il sindaco leghista Leonardo Burgio, prossimo alla conclusione del mandato alla fine di maggio e potenzialmente interessato da una norma sul terzo mandato, è figlio di Daniela Faraoni, assessore tecnico alla Salute nella Giunta regionale. Una parte della Maggioranza auspicherebbe l’uscita dall’esecutivo di alcuni tecnici, tra cui la stessa Faraoni Daniel assessore alla Salute e l’assessore all’Economia Alessandro Dagnino, elemento che alimenta sospetti di collegamenti tra scelte legislative e dinamiche di Governo.

Durante il dibattito sono intervenuti anche Cateno De Luca di SudchiamaNord e il deputato del Partito democratico Antonello Cracolici. Quest’ultimo dichiara: “Questa norma non la comprendo e quando la comprendo significa che qualcosa non funziona, voterò contro”, anticipando un orientamento poi condiviso da gran parte dell’Aula. La seduta e poi degenerata in un confronto acceso che ha indotto la presidente Lantieri a sospendere i lavori e a rinviare l’esame del provvedimento al 17 febbraio, congelando di fatto l’iter della riforma.

La bocciatura dell’articolo 10, pur riguardando una disposizione tecnica sulla dematerializzazione e gestione informatica degli atti, assume così un valore politico ben più ampio. Essa evidenzia contraddizioni interne alla Maggioranza, convergenze occasionali con le Opposizioni e un quadro di instabilità che potrebbe incidere sull’approvazione complessiva della riforma degli Enti locali, in attesa di ulteriori sviluppi normativi e di un possibile riassetto degli equilibri di Governo.