Amendolara: quattro braccianti stranieri arsi vivi nel minivan. Due pakistani fermati: caporalato e strage

Le immagini delle telecamere hanno orientato l’inchiesta verso l’omicidio plurimo aggravato. Sullo sfondo emerge ancora una volta il fenomeno del caporalato e dello sfruttamento della manodopera straniera nei comparti agricoli del Mezzogiorno

Sintesi

Quattro lavoratori agricoli stranieri sono stati trovati il 1° giugno 2026 carbonizzati all’interno di un minivan in fiamme presso un distributore di carburante lungo la Strada Statale 106 ad Amendolara, in provincia di Cosenza. In un primo momento era stata presa in considerazione anche l’ipotesi di un incendio accidentale, ma l’analisi della scena e soprattutto delle immagini di videosorveglianza ha rapidamente indirizzato le indagini verso la pista dell’omicidio. Gli investigatori della Squadra Mobile di Cosenza hanno individuato e fermato a Villapiana due cittadini pachistani, successivamente sottoposti a interrogatorio e accusati dalla Procura della Repubblica di Castrovillari di omicidio plurimo e pluriaggravato. Secondo gli elementi raccolti, i sospettati avrebbero bloccato dall’esterno le portiere del veicolo e provocato l’incendio utilizzando materiale infiammabile. Un cittadino afghano, sopravvissuto alla strage dopo avere infranto un finestrino, ha riferito di dissidi legati a richieste di denaro per il trasporto e a precedenti episodi di minacce e sfruttamento lavorativo. Le indagini coordinate dal Procuratore Alessandro D’Alessio proseguono per chiarire movente, dinamica e responsabilità. Sullo sfondo emerge ancora una volta il fenomeno del caporalato e dello sfruttamento della manodopera straniera nei comparti agricoli del Mezzogiorno. La normativa di riferimento resta la Legge n. 199 del 2016 contro il caporalato, mentre la giurisprudenza più recente continua a qualificare tali condotte come forme particolarmente gravi di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

Articolo

La vicenda si è sviluppata nella tarda mattinata del 1° giugno 2026, quando i Vigili del Fuoco sono intervenuti presso una stazione di rifornimento carburanti situata lungo la Strada Statale 106 jonica, tra Amendolara e Roseto Capo Spulico in provincia di Cosenza in Calabria, per spegnere un incendio che aveva avvolto un minivan. Terminata l’emergenza, all’interno del mezzo sono stati rinvenuti quattro corpi completamente carbonizzati. Le prime verifiche hanno inizialmente lasciato aperta anche la possibilità di un evento accidentale, ma gli accertamenti eseguiti dalla Polizia di Stato e dalla Polizia Scientifica hanno progressivamente escluso tale scenario.

Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Castrovillari e dirette dal Procuratore Alessandro D’Alessio, si sono concentrate immediatamente sui filmati registrati dall’impianto di videosorveglianza del distributore. Secondo quanto emerso dagli accertamenti investigativi, le immagini mostrerebbero due persone mentre impediscono l’apertura delle portiere del minivan dall’esterno e, successivamente, provocano l’incendio mediante il lancio di sostanze infiammabili all’interno del veicolo. Dopo la prima fiammata, i due si sarebbero allontanati rapidamente dal luogo della tragedia.

Nel pomeriggio dello stesso giorno gli investigatori della Squadra Mobile di Cosenza, guidata dal vicequestore Gianni Albano, hanno individuato a Villapiana due cittadini pachistani ritenuti gravemente indiziati. Trasferiti negli uffici della Questura di Cosenza, sono stati sottoposti a un lungo interrogatorio al termine del quale la Procura ha disposto il fermo con l’accusa di omicidio plurimo e pluriaggravato. Il procuratore D’Alessio ha precisato che le attività investigative sono ancora in corso e mirano a ricostruire integralmente i fatti e le eventuali ulteriori responsabilità.

Un elemento determinante dell’inchiesta è rappresentato dalla presenza di almeno un sopravvissuto. Si tratta di un cittadino afghano che, secondo il suo racconto, sarebbe riuscito a salvarsi rompendo un finestrino del mezzo e riportando ustioni non letali. L’uomo ha riferito che alla base dell’aggressione vi sarebbero state richieste di denaro avanzate dai presunti aggressori per il trasporto dei lavoratori. Lo stesso testimone ha inoltre raccontato di precedenti intimidazioni, minacce e presunti episodi di sfruttamento lavorativo che avrebbero coinvolto altri braccianti stranieri residenti nell’area di Villapiana.

Gli investigatori stanno verificando anche la possibile esistenza di una contrapposizione maturata all’interno di gruppi di lavoratori immigrati impiegati nel settore agricolo dell’Alto Jonio cosentino. Al momento non risultano elementi che consentano di collegare direttamente la strage alle modalità operative tradizionalmente riconducibili alla ’ndrangheta, poiché il delitto sarebbe avvenuto in un luogo molto frequentato e costantemente sorvegliato da telecamere, circostanza ritenuta anomala rispetto alle prassi delle organizzazioni mafiose calabresi.

L’identificazione ufficiale delle vittime richiederà ulteriori accertamenti tecnico-scientifici, poiché i corpi sono stati gravemente compromessi dall’incendio. Secondo le prime informazioni, i lavoratori vivevano e operavano nell’area di Villapiana, uno dei principali poli agricoli della fascia ionica cosentina.

La tragedia riporta al centro dell’attenzione il fenomeno del caporalato e la violenza inusitata che può celare: il termine indica il reclutamento e la gestione illegale della manodopera attraverso intermediari non autorizzati e anche violenti. In Italia il contrasto a questo fenomeno è disciplinato dalla Legge n. 199 del 2016, che ha rafforzato l’articolo 603-bis del Codice Penale relativo all’intermediazione illecita e allo sfruttamento del lavoro. La Corte di Cassazione, negli ultimi anni, ha più volte confermato che il reato può configurarsi anche in presenza di condizioni lavorative degradanti, retribuzioni sproporzionate e situazioni di assoggettamento economico dei lavoratori migranti. Secondo i dati dell’ISTAT (Istituto Nazionale di Statistica), il lavoro irregolare continua a rappresentare una criticità significativa in diversi comparti produttivi del Mezzogiorno, compreso quello agricolo, dove la presenza di lavoratori stranieri stagionali costituisce una componente essenziale della filiera produttiva.