Aggressione nel carcere di Messina e rivolta ad Agrigento: cresce l’allarme sicurezza nelle strutture penitenziarie

Una sovrintendente della Polizia Penitenziaria ferita mentre difende un collega nella casa circondariale di Gazzi. Il sindacato CON.SI.PE. chiede interventi urgenti al DAP. Intanto ad Agrigento una rivolta porta a 8 arresti convalidati dal GIP

Sintesi

Una sovrintendente della Polizia Penitenziaria è stata aggredita nel carcere di Messina mentre interveniva per salvare un collega in difficoltà. Ha riportato ferite a un braccio e a una spalla. Il sindacato CON.SI.PE. (Coordinamento Sindacale Penitenziario) ha denunciato l’episodio chiedendo misure immediate per la sicurezza. Nelle stesse ore ad Agrigento si è verificata una rivolta sedata dagli agenti con 8 arresti poi convalidati. I rappresentanti sindacali sollecitano interventi concreti e responsabilità da parte del DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria).

Articolo

Un grave episodio di violenza si è verificato nella casa circondariale di Messina, nel quartiere Gazzi, dove una sovrintendente della Polizia Penitenziaria, impiegata con funzioni di preposto (responsabile del coordinamento operativo del personale), è stata colpita durante un intervento a tutela di un collega circondato e in situazione di pericolo. L’azione si colloca nel contesto di una crescente tensione negli istituti di pena italiani, frequentemente segnalata da organizzazioni sindacali e relazioni istituzionali.

Secondo quanto ricostruito, il detenuto, proveniente dalla Calabria e già noto per comportamenti aggressivi, ha reagito con estrema violenza, colpendo l’ufficiale con spinte, calci e sputi, provocandole lesioni all’avambraccio e alla spalla. Nonostante le ferite e la dinamica particolarmente critica, la sovrintendente è intervenuta senza esitazione per proteggere il collega, evitando conseguenze potenzialmente più gravi e confermando un elevato senso del dovere che supera i meri obblighi professionali.

La denuncia è stata formalizzata dal CON.SI.PE. (Coordinamento Sindacale Penitenziario), che ha evidenziato come episodi simili si inseriscano in un quadro strutturale caratterizzato da carenze di organico, sovraffollamento e criticità organizzative. Il presidente nazionale Mimmo Nicotra ha espresso una dura condanna, sottolineando che “si tratta di un gesto di straordinario coraggio da parte di una servitrice dello Stato che ha agito come presidio di legalità” e chiedendo un riconoscimento ufficiale per il valore dimostrato.

Parallelamente, nelle stesse ore si è registrata una rivolta nella casa circondariale di Agrigento, dove alcuni detenuti hanno dato vita a disordini contenuti grazie all’intervento degli agenti in assetto antisommossa. L’episodio si è concluso con 8 arresti, tra cui quello di un giovane di 26 anni originario di Messina, successivamente convalidati dal GIP (Giudice per le Indagini Preliminari) del Tribunale di Agrigento, a conferma della gravità dei fatti accertati.

Il sindacato ha rivolto un appello ai vertici del DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria), indicando in Stefano Carmine De Michele il capo dell’amministrazione, affiancato dal vice Massimo Parisi e dal direttore generale Rita Monica Russo, chiedendo interventi immediati e concreti. Tra le richieste figurano il trasferimento urgente del detenuto responsabile dell’aggressione e l’adozione di provvedimenti disciplinari esemplari, oltre a una revisione complessiva delle misure di sicurezza interne.

Dal punto di vista normativo, il tema della sicurezza negli istituti penitenziari è disciplinato dall’ordinamento penitenziario italiano, introdotto con la legge n. 354 del 1975 e successivamente modificato, che stabilisce diritti e doveri sia dei detenuti sia del personale. Negli ultimi anni, anche alla luce di pronunce della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sul sovraffollamento carcerario, il legislatore italiano ha avviato riforme mirate a migliorare le condizioni detentive, senza tuttavia risolvere in modo definitivo le criticità legate alla gestione della sicurezza.

Le organizzazioni sindacali e diversi osservatori istituzionali continuano a segnalare un incremento degli episodi di violenza nelle carceri, attribuito a fattori come la carenza di personale, la presenza di detenuti con problematiche psichiatriche e la difficoltà di garantire un equilibrio tra sicurezza e funzione rieducativa della pena prevista dall’articolo 27 della Costituzione italiana. In questo contesto, la vicenda di Messina assume un valore simbolico, rappresentando al tempo stesso la vulnerabilità degli operatori penitenziari e la loro funzione essenziale nella tenuta del sistema. Le richieste di intervento avanzate dal sindacato mirano a ottenere risposte tempestive da parte delle istituzioni, affinché episodi analoghi possano essere prevenuti e il personale possa operare in condizioni di maggiore tutela e sicurezza.