Accise: sconto ridotto sul gasolio e prezzi di nuovo in salita. Ma perché non si possono tagliare ?

Dal 23 maggio al 6 giugno il taglio sul diesel scende da 20 a 10 centesimi al litro. Le accise sui carburanti nel 2024 hanno garantito al bilancio dello Stato Italiano 26,2 miliardi di euro

Il Governo ha prorogato fino al 6 giugno 2026 il taglio temporaneo delle accise sui carburanti, ma ha dimezzato lo sconto sul gasolio, passato da 20 a 10 centesimi al litro, mentre la benzina resta ridotta di 5 centesimi. L’effetto pieno stimato dai consumatori è di 6,1 euro in più per 1 pieno da 50 litri, anche se il dato ufficiale Mimit (Ministero delle imprese e del made in Italy) del 24 maggio registra ancora un aumento medio giornaliero del gasolio di 5,8 centesimi. In Italia le accise possono essere ridotte, ma non cancellate o abbassate stabilmente senza coperture, perché garantiscono entrate miliardarie al bilancio pubblico, devono rispettare i minimi europei e sono legate anche a scelte ambientali, energetiche e di finanza pubblica. La vecchia narrazione sulle accise nate per guerre e terremoti va corretta: quelle causali storiche non sono più voci separate, ma sono confluite da anni in un’unica imposta statale.

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Il nuovo intervento sulle accise nasce dal decreto legge 89/2026, approvato dal Consiglio dei ministri il 22 maggio e in vigore dal 23 maggio 2026. Il provvedimento proroga fino al 6 giugno il taglio fiscale sui carburanti, ma modifica il peso dello sconto sul gasolio: l’aliquota passa a 572,90 euro per 1.000 litri, contro i 472,90 euro applicati nella fase precedente, mentre la benzina resta a 622,90 euro per 1.000 litri. In pratica, rispetto all’aliquota ordinaria di 672,90 euro per 1.000 litri, lo sconto sul gasolio scende da 20 a 10 centesimi al litro, e quello sulla benzina rimane pari a 5 centesimi. Il decreto riguarda anche GPL (Gas di petrolio liquefatto), metano, HVO (Hydrotreated vegetable oil, olio vegetale idrotrattato) e biodiesel, cioè carburanti alternativi o miscelati usati nell’autotrazione.

Il 23 maggio, prima dell’effetto pieno del nuovo decreto, il prezzo medio self service (rifornimento autonomo senza operatore) era di 1,967 euro al litro per la benzina e 1,979 per il gasolio sulla rete stradale, mentre in autostrada era di 2,055 euro per la benzina e 2,065 per il gasolio. Il 24 maggio, secondo il Mimit, la benzina self sulla rete stradale è salita a 1,968 euro e il gasolio a 2,037, mentre in autostrada la benzina è arrivata a 2,057 e il gasolio a 2,123. Il rincaro ufficiale giornaliero rilevato per il gasolio è quindi di 5,8 centesimi al litro, mentre i consumatori stimano un impatto pieno fino a 12,2 centesimi al litro, perché sui 10 centesimi di minore sconto si applica anche l’IVA (Imposta sul valore aggiunto) al 22%. Su 50 litri, il conto potenziale è di 6,1 euro in più.

Qualla della riduzione, addirittura cancellazione, delle accise sui carburanti è un’annosa propaganda politica ad ogni elezione per poi una volta al Governo non parlarne più salvo piccoli interventi temporanei. Ma perchè le accise non si possono ridurre sensisbilmente ? Il primo motivo è il bilancio pubblico: le accise sui carburanti finanziano la spesa generale dello Stato e non sono entrate marginali. Nel 2024, secondo elaborazioni dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani su dati Istat, l’imposta su oli minerali e derivati, che comprende benzina, gasolio e altri prodotti energetici, ha generato 26,2 miliardi di euro. Nei primi 3 mesi del 2026, l’accisa sui prodotti energetici, derivati e analoghi si è attestata a 5,2 miliardi, in crescita del 2,8%.

Il secondo limite è europeo. Le accise sui carburanti sono imposte armonizzate nell’UE (Unione europea), cioè regolate da principi comuni. La direttiva 2003/96/CE fissa livelli minimi: 359 euro per 1.000 litri sulla benzina senza piombo e 330 euro per 1.000 litri sul gasolio usato come carburante. L’Italia oggi resta ampiamente sopra questi minimi, ma non potrebbe azzerare liberamente le accise o portarle sotto soglia senza rispettare le procedure europee e senza eventuali autorizzazioni.

Il terzo limite è politico ed energetico. Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, ha sostenuto che il dimezzamento dello sconto sul gasolio è giustificato perché, dopo l’impennata dei prezzi netti fra il 27 febbraio e il 13 aprile, i valori industriali sono poi scesi di 15 centesimi. Secondo Tabarelli, in una fase di scarsità ridurre troppo i prezzi significa incentivare i consumi, mentre servirebbe un “segnale di scarsità”. Le associazioni dei consumatori hanno dato una lettura opposta: Massimiliano Dona, presidente dell’UNC (Unione nazionale consumatori), ha parlato di automobilisti trattati come “polli da spennare”, mentre Riccardo Verona di An.bti Confcommercio, associazione nazionale bus turistici italiani, ha definito la scelta miope e incomprensibile.

Il decreto contiene anche misure compensative per alcuni settori colpiti dal caro carburante. Per l’autotrasporto è prorogato a giugno il credito d’imposta e lo stanziamento sale a 300 milioni, mentre per l’agricoltura sono ampliati gli aiuti sul gasolio e viene previsto un credito d’imposta fino al 30% per l’acquisto di fertilizzanti nei mesi di marzo, aprile e maggio 2026. Il provvedimento ha contribuito alla sospensione del fermo nazionale degli autotrasportatori annunciato dal 25 al 29 maggio, ma non ha spento le critiche di chi chiede interventi più strutturali.

Va infine chiarita la storia delle accise “nate” per guerre, terremoti e altre emergenze. È vero che nel corso dei decenni diversi aumenti dei carburanti sono stati giustificati con eventi specifici, dalla guerra d’Etiopia alla crisi di Suez, dal Vajont all’alluvione di Firenze e ai terremoti del Friuli e dell’Irpinia. Però oggi quelle causali non sono più voci autonome nel prezzo alla pompa: dal Testo unico del 1995 sono confluite in un’unica aliquota statale, che entra nel bilancio generale e non finanzia separatamente quelle vecchie emergenze. Per questo abolire “le vecchie accise” non significa cancellare singole micro-imposte ancora formalmente vive, ma ridurre una grande entrata fiscale ormai strutturale.

La riduzione permanente delle accise resta dunque possibile solo in teoria, perché in pratica richiederebbe coperture stabili, rispetto dei vincoli UE, coerenza con la fiscalità ambientale e una scelta politica su quali spese tagliare o quali altre entrate aumentare. Il taglio temporaneo serve a frenare gli shock di prezzo, ma ogni proroga costa centinaia di milioni e deve essere finanziata. È questa la ragione per cui i governi intervengono a tempo, con decreti d’urgenza, anziché cancellare stabilmente una delle entrate più sicure e rilevanti del bilancio pubblico.